Amore che vieni, amore che vai

C’è chi nasce con una tensione serena, che è persino difficile da dire e da comprendere. Darsi sfide, non fermarsi allo scontato, al semplice. Valentino Rossi fa così, quando le cose diventano scomode le cerca persino più scomode di prima, per soddisfare il bisogno prezioso di dare conferme a se stesso, mentre nel mondo nessuno ormai, con quello che ha fatto, gli chiederebbe più di darne. Ha scelto questa letterina, con le correzioni persino, che sa di amore e ha lasciato la Yamaha, con cui ha corso 7 anni, portando a casa 4 titoli mondiali, 45 vittorie sulle 104 della sua carriera, e diventando insieme a lei, per tutti, il pilota, di tutti i tempi. Passato attraverso Biaggi, Gibernau, Stoner, Lorenzo. Si è affezionato a quella moto, alla sfida che serviva vivere fino in fondo per trasformarla, lei che era competitiva a stento, nel miglior mezzo a due ruote del mondo. Lasciava il certissimo per l’incerto. Anche ora via, via da lì, via da Lorenzo, il giovane che è arrivato a vincerci mentre lui si rompeva.

La missione è compiuta, naturalmente esaurita, come una storia di sentimenti veri che lo ha legato a quel mucchio di ferro blu e alla gente che con lui ci ha lavorato attorno. Ancora otto gare, confidando nel fairplay della Yamaha che gli deve molto e continuerà si spera a supportarlo fino al capolinea, e poi Ducati, due stagioni, come già sapevamo. A Borgo Panigale hanno bisogno di un approccio professionalissimo  e puntiglioso, appassionato e sentimentale per migliorare ancora la loro creatura.

Per questo lui, Rossi, e l’ingegner Preziosi sono la miglior coppia di appassionati che si possa immaginare. Il team, che è il solito di Valentino in toto, è esperto. La nuova coppia è pronta per conoscersi, per cambiare, per fare una cosa tutta italiana, tutta pancia, in cui l’uomo prenda per mano la macchina e la umanizzi ancora di più di ciò che della passione umana già la Ducati sa garantire.

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