Silenzio

Niente MotoGp qui e stavolta, perchè Peter Lenz aveva tredici anni. Dieci parole per i vivi che corrono ed una parola per un bambino che in moto nello stesso posto un’ora prima ci muore in una “gara di  contorno” è una proporzione  globale, sbagliata e perversa.  Tornato nella camera di albergo di Indy, col pc acceso per guardare due siti vedo gli occhietti di Peter Lenz, di cui si racconta la morte.  Sono gli stessi che ho incrociato nel parcheggio all’inizio di questa domenica di sole. Era un capannello con lui in mezzo, è stato un istante insignificante, come mille altri ingressi in pista. Ora è tormentoso.

Essere padre, o madre, significa sperimentare una forma di innamoramento con la certezza esistenziale che sia perenne e pulito. È l’unica esperienza in cui sai, davvero, che daresti via la tua vita per un’altra più importante. Non te lo insegnano, lo senti, non è banale e tocca pensarci. Cosa ci è dato di più grande? Ecco un bisogno persistente e reciproco di coccole, tenerezze, innocenza e ironia, guizzi, progressi, cure e cautele. Ecco il terrore dell’apprensione. La privazione di tutto questo è un pensiero a cui ci si rende impermeabili.  È troppo e  da un papà e da una mamma rimbalza via, come ha fatto il corpicino di Peter Lenz nel suo incidente a margine. Sigla tv e gli stessi metri di asfalto ripuliti sono per  quelli del motomondiale, per la diretta. Per i più famosi, quelli che a margine non lo sono più, quelli che ci uniscono e ci dividono in fazioni a volte, ma su criteri abnormi e farlocchi.

Tredici anni sono troppo pochi per entrare in un posto così, così come Indy, in un sistema del genere,  perchè Peter se n’è andato in un soffio, ma papà e mamma Lenz restano e fa un freddo bestiale. Non riesco a non pensare al senso di colpa, all’egoismo di certi nostri desideri di genitori, al rischio che le nostre passioni diventino per forza le loro. Mi vergogno di sperare che il momento del motorino arrivi per i miei tre figli il più tardi possibile. O forse mai. Con che faccia potrò dire di no,  quando anche per me la strada entusiasmante dell’emancipazione è passata di lì?? Ma è un richiamo brutale la morte a margine di Peter Lenz. Un richiamo brutale alle responsabilità nostre e del motociclismo. Al pericolo subdolo, anche nella misura in cui lo allontaniamo da noi, che abita proprio lì, nel divertimento nostro e dei piloti.

Basta bambini sulle moto  da uomini, basta, per favore. Basta bambini indotti a pensare da grandi, a piegare da grandi. Che ci sia del buonsenso, etico e regolamentare. Che i regolamenti siano un aiuto, anche per noi, papà e mamme che non ci arrivano da soli. Che le moto siano minimoto quando i piloti sono miniuomini, che i campionati professionistici abbiano barriere per maggiorenni, perchè qui è tutto bello, ci si può realizzare magari, ci si spuntano pure dei bei contratti, si fanno e si fanno fare soldi,  ma non è  il tennis o il biliardo. Peter Lenz qui negli Usa stamattina era considerato un speranza e una promessa. Ora è un bambino morto, un tempo svanito di coccole, tenerezze, progressi, cure e cautele. Ora è un vuoto, un buco nel cuore gelido e  senza senso.

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