La Farfalla di Tomizawa

“Quest’anno io vincere mondiale”. Ho in mente questa frase di Shoya Tomizawa dalla notte in cui la pronunciò, l’11 aprile scorso, pochi istanti dopo aver vinto la prima gara della stagione, la prima gara della Moto2. Da allora per tutti noi della redazione motori di Italia 1 divenne una sorta di beniamino. A conquistarci non fu semplicemente la sua qualità agonistica, apparsa un po’ a sorpresa a Doha. Piuttosto, quella faccia da cartone animato e una esuberanza che aveva dentro i suoi pochi anni, abbinata ad uno stile più romagnolo che giapponese. Sembrava un discolo dei nostri,  ecco, capace di mischiare le lingue con effetti decisamente comici. Così, in qualche modo, persino segretamente, abbiamo fatto un po’ tutti il tifo per lui, convinti che un personaggio tanto speciale meritasse di ricevere gioia, visto che della gioia faceva uso abbondante, naturale ed evidente.

Guido Meda, abilissimo nell’imitazione dei giapponesi che masticano lingue non loro, dietro puntuale richiesta, ripeteva a nastro quella frase buttata nel microfono in Qatar. E Paolo Beltramo con Alberto Porta che la frase aveva raccolto,  più volte hanno raccontato a tutti noi il ritratto di Tomizawa raggiante, sbalordito di trovarsi in testa al campionato contro ogni aspettativa. Un bambino pazzo di gioia, appunto. Il dolore è una brutta bestia quando i ricordi di chi muore sono carichi di allegria.

Ma i ricordi carichi di allegria, piano piano, consentono di produrre una strana magia. Perché è la vita che nella memoria torna, come una farfalla. La farfalla – racconta Porta – che magicamente si è posata nel box di Tomizawa mentre Tomizawa volava via. Ecco, c’è una piccola consolazione in questa pena, una consolazione che verrà buona, credo, nel tempo. Ricorderemo tutti questo ragazzo. E nel ricordarlo lo troveremo sorridente e basta. Perché così è stato per noi, che pure con lui non abbiamo fatto in tempo di stare abbastanza, scontrandoci all’improvviso insieme a lui, con il lato più nero del suo destino.

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